Ecologia Olistica

di Piergiorgio Mongioj

Abbiamo elaborato equazioni matematiche che danno unità al tempo e allo spazio, altre dimostrano l’equivalenza tra la materia e l’energia, altre descrivono la complessità di elementi della natura in formule spesso semplici. L’attuale disciplina della fisica (quantistica, relativistica e frattale) ci dimostra che, come i granelli di sabbia o le più immense galassie, noi stessi siamo costituiti da relazioni prossime al virtuale.

Se dal nostro corpo scendiamo alle nostre cellule e poi alle nostre molecole, agli atomi e, ancora, alle particelle che compongono gli atomi, ai quark che costituiscono quelle particelle e agli stati di energia che esprimono gli stessi quark, la nostra intelligenza ci conduce a scoprire che la nostra sostanza assomiglia molto ad una lieve fluttuazione di un nulla. Un Nulla (forse un Tutto, a quel punto) che diviene parafrasi di quel ritorno ad esso con cui ogni nostra esistenza sappiamo doversi concludere.

Convinti che questi sono i termini conoscibili del nostro esistere, dobbiamo trarne l’evidenza che, oggi, noi stessi, siamo risultanti di un’evoluzione naturale che, con un lento e fortuito divenire di intelligenza e cultura lungo tante generazioni, ci ha reso coscienti e, quindi, misura dell’esistente (quel Nulla o quel Tutto che, nella sua essenza, rimane non conoscibile e del quale “dovremmo tacere”).

La condizione dell’uomo è quindi quella di rappresentare l’unica forma (o almeno “rara” nell’universo, per quanto ne sappiamo fino ad oggi) di coscienza di sé e delle altre componenti naturali: una coscienza che si esprime nella cultura e che non può disgiungere (in un pieno umanesimo) razionalità da emotività, comuni sia alla scienza che all’arte. Ma è anche quella di essere parte costitutiva della natura e di doversi confrontare con le altre componenti di essa ormai non solo per la propria sopravvivenza ed evoluzione, ma anche per riguadagnare un equilibrio che si sta pericolosamente smarrendo, stanti le capacità tecnologiche e il consumo di risorse raggiunti dalla nostra specie.

Per dare un senso vincente al “gioco” dell’esistenza dobbiamo quindi farci carico di accettare quella condizione ed il suo valore. La regola da assumere diviene quella di promuovere per ogni persona la libera verifica delle proprie esperienze di vita nella comunità e nel mondo. Si partecipa a questo gioco con l’accettazione di impegni difficili, che si traducono negli atti quotidiani e reali che la sopravvivenza ci impone e che ci premiano con la dignità della nostra autocoscienza e con i legami d’amicizia e di amore che ci legano alle esistenze di altri.

Non dobbiamo neppure dimenticare che, dalle stesse premesse, può trarsi una visione nichilista del mondo che, negando ogni valore all’insieme ed ai singoli, insegue l’attualità effimera di quanto può offrire il mero potere, la rapina delle risorse, la sopraffazione.

 

ECOLOGIA,  EQUITÀ, ECONOMIA.

Nei più recenti secoli della storia della civiltà si è radicato un sistema di conoscenze che fatalmente si è tradotto in un corrispondente sistema di valori condivisi, fino a costituire una particolare visione d’insieme secondo la quale organizzare anche l’ordinamento sociale.

In pratica una quantità di idee radicate hanno formato e consolidato questa specie di “paradigma”: la visione astronomica dell’universo come sistema meccanico; l’equiparazione del corpo umano alla macchina; l’identificazione della vita sociale con la competizione per l’esistenza; l’idea di un progresso illimitato basato sulla materialità delle risorse naturali, economiche e tecnologiche; l’assunzione del lavoro come forza disgiunta dall’uomo; la “naturalità” sociale della prevalenza maschile e della sottomissione femminile.

Le citazioni poste all’inizio del paragrafo testimoniano come, fin dall’inizio del secolo da poco trascorso, gli scienziati della fisica si accorsero per primi della inevitabile rivoluzione che i loro studi avrebbero provocato e la loro apprensione appare con tutta evidenza nel comune ricorso alla stessa metafora: la vincente concezione meccanicista risultava impotente a rispondere alle nuove domande.

Da allora la vicenda storica ci consegna, forse non casualmente, uno dei più tumultuosi periodi della storia umana con eventi che, oltre alla vita degli individui, hanno profondamente segnato ogni umana concezione ed azione.

Immani tragedie si sono consumate nella storia recente, strabilianti strumenti sono oggi d’uso comune; ma il nuovo “paradigma” su cui fondare una nuova condivisa visione del mondo ancora stenta ad imporsi, anche se, dalle iniziali paure degli scienziati, proprio attraverso la scienza, stiamo faticosamente pervenendo ad una prima comprensione dell’inattesa complessità del reale. Stiamo imparando che dobbiamo perseguire la comprensione delle relazioni che intercorrono tra tutti gli elementi della realtà, uomo compreso: quella che gli scienziati chiamano “visione olistica” del mondo.

Nell’accezione profonda, come abbiamo visto all’inizio, tale visione può anche essere definita, e forse più appropriatamente, “ecologica”. Infatti, con tale aggettivo, intendiamo sottolineare non solo la percezione delle interdi- pendenze interne all’oggetto della conoscenza (olistica), ma anche tutte le relazioni, naturali e sociali, che tale oggetto si trova ad instaurare con tutto ciò che è ad esso esterno. La visione ecologica fa quindi propria l’idea che le interrelazioni producono di per sé stesse una variazione dello stato esistente.

Nel senso più laico dell’aggettivo, l’“ecologia profonda” è una consapevolezza di tipo “mistico”.

Rappresenta l’insieme di esperienze, che a vari livelli di autocoscienza, tutti incontriamo nella vita e che ci consegnano una percezione intima di noi stessi quali parti e/o momenti di quel sistema dell’esistente, che, altrimenti, viviamo come “diverso ed esterno” rispetto alla nostra individualità (da soggetto ad oggetto).

Questa visione ci vede partecipi, minutissimi e assai temporanei, di una realtà dove possiamo identificarci con le “relazioni”, sia pure indeterminate e relative (ma ben esprimibili perfino con la matematica!). La natura di tali “relazioni” unifica soggetto, predicato e oggetto in una nuova unità, la cui sostanza non abbiamo formule o parole per definire, ma che possiamo descrivere nelle sue molteplici manifestazioni e accadimenti. In quel silenzio si pone la scelta di dar valore a un esistere tanto vicino al non - esistere (accogliendolo fino a farne la nostra identità), oppure quella di negarne ogni valenza.

Con  questa scelta si fonda anche l’etica e ne discendono tutte le nostre responsabilità: l’inevitabile far parte di una “rete” di interdipendenze, l’uguaglianza della sostanza universale, l’inevitabile “male” che facciamo a noi stessi quando neghiamo l’iniziale scelta (facendo del “male” ad altri, specie se umani). E quando l’etica è fondata anche le azioni più quotidiane possono essere ricondotte al suo principio fondante, che diviene misura di giudizio. Quando l’etica è fondata, nasce la società e con essa la politica, pur sempre una forma di etica.

Al giorno d’oggi urge nell’etica personale e nelle sfide della politica la necessità di abbattere il muro che esiste tra economia ed ecologia per uno sviluppo davvero sostenibile. Lo scenario ambientale ed energetico nel quale siamo immersi impone un passaggio di civiltà i cui attori saranno soprattutto i giovani. Mai come oggi nella storia dell’umanità, sostenibilità ambientale e sviluppo economico sono costretti alla ricerca di innovazioni tecnologiche, ma anche di semplice condotta quotidiana, che li uniscano in virtuosa reciprocità.

Un più equo accesso alle risorse e allo sviluppo costituisce una base decisiva per la convivenza pacifica e civile fra i popoli. L’applicazione del Protocollo di Kyoto e l’impegno a ridurre le emissioni dei gas/serra sono passi decisivi in tal senso. La Russia e il Brasile, l’India e la Cina, con i loro miliardi di abitanti, propongono con tutta evidenza al mercato mondiale le opportunità e le contraddizioni che svelano il mortale pericolo di una cultura che perseveri nella contrapposizione tra sviluppo economico e qualità dell’ambiente.

 

WORKSHOP DI ARTI  CONTEMPORANEE

Il Workshop di Arti Contemporanee tenutosi presso la Selva di Tirli ha visto cimentarsi su questi temi circa cinquanta artisti. Questa momentanea comunità ha dato vita ad intensi rapporti in cui conoscersi (e riconoscersi) sempre meglio, in cui comprendere se stessi come gli altri, in cui imparare sempre qualcosa l’uno dall’altro, senza dimenticare di convivere commozioni e simpatie, convivialità ed umana allegria. E tutto questo veniva trasmesso ad ogni “benvenuto pellegrino portatore di pace e di amore che si fosse incamminato verso la conoscenza di se stesso”... La ricchezza degli spazi esterni e delle edificazioni del particolare ambito appenninico sulla Valle del fiume Santerno ha certo contribuito all’ispirazione con luoghi carichi di storia, ma in cui la natura si esprime strenua e fiorente, pur messa in crisi dagli imponenti e prossimi cantieri della TAV (Treno ad Alta Velocità). Altrove si analizza il contributo delle specifiche opere e installazioni, come il particolare apporto delle performance e di ogni altro evento.

Qui preme sottolineare come ogni operazione artistica dovrebbe essere “segno” e “senso” di quanto non altrimenti denominabile. Per questo il tema posto, che va oltre ed unifica quello della divisione tra Uomo e Natura, ha stimolato direttamente quel consapevole amore che si dimostra essere unico e vero strumento delle varie creazioni. I partecipanti al Workshop hanno generalmente dimostrato di comprenderne valore e esisto, riconoscendone la presenza negli assunti del manifesto del Gruppo Culturale Koiné, motore principale dell’evento.

Il manifesto del Gruppo prescinde dai circuiti “ufficiali” dell’arte, troppo spesso condizionati dal puro dato economico e commerciale e permette ad ogni artista di esprime nel proprio libero e svincolato linguaggio, pur condividendo con gli altri artisti del gruppo alcuni orientamenti di fondo:

praticare un’arte non allineata, che non rincorra le mode e la tecnologia, che vada oltre le sintesi solo razionali proprie della scienza;

aperta sul mondo e non chiusa in problematiche il cui interesse investe esclusivamente gli uomini di cultura;

aperta alla vita, partecipe degli eventi, sostanziata dalle cose pur senza confondersi con esse;

barriera alla volgarità, alla superficialità, all’arroganza e alla falsità dei media;

un’arte non facile, certamente complessa, enigmatica, ma ricca di fascino, di magia e di silenzio, che si rivolge direttamente all’umanità di ogni per- sona.

Ogni forma espressiva ha, quindi, trovato il suo luogo ed il suo momento nell’evento: la pittura, le installazioni materiche e audiovisive, la fotografia, la musica, la poesia, la prosa, il teatro. L’espressione degli artisti si è confrontata e “confusa” con il valore simbolico di ogni traccia già presente nell’ambiente e nella sua storia, anche antropica, riconoscendo in tali tracce il valore di un paradigma universale.

È questo il contributo con cui si è rappresentata l’unità di ciò che esiste, di cui si è dissertato, con cui si sono espresse in forme fruibili la “raccolta” delle esperienze e dei conseguimenti di ognuno dei partecipanti, in un serrato confronto e condivisione degli ospiti di questo prezioso laboratorio, Mirella e Davide con il loro particolare tragitto ormai ventennale.

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